Tuesday, April 12, 2011

Grand Canyon


La geografia di queste parti e’ molto diversa da quella europea. Dai deserti si sale gradualmente di quota, e la maggiore umidita’ trattenuta dall’aria crea zone sempre meno aride. Intorno ai 1800-2000m la maggiore umidita’ permette ad una foresta quasi mediterranea (soprattutto composta da grandi ginepri) di crescere rigogliosa e sparsa, senza sottobosco. Piu’ in alto, fino ai tremila metri che ho toccato guidando per un passo pieno di neve (ma con strada perfettamente pulita), boschi di conifere e prati. Siamo alla latitudine del Marocco, e le temperature sono piu’ miti che sulle nostre Alpi. Anzi, d’estate fa un caldo boia, bisogna salire in quota per respirare.
Quasi dappertutto le pendenze sono dolci, le valli ampie, pochi i dirupi: si sale senza accorgersene con grandi strade a 4 corsie, per essere depositati su grandissimi altopiani molto scarsamente popolati, che proseguono per centinaia di km. Qui fa freddo, a marzo di notte la temperatura scende un bel po’ sotto lo zero, anche se di giorno, al sole, basta un maglione.
Dagli altopiani si elevano le montagne, innevate, che sfiorano i 4000m; i parchi naturali, pero’, sono altrove: comprendono piuttosto zone con panorami o strutture geologiche particolari, oppure le zone archeologiche di cui ho gia’ parlato. In realta’ il SudOvest degli stati uniti e’ un po’ il paradiso del geologo: sconvolgimenti tettonici combinati all’erosione di rocce di diversa durezza hanno prodotto formazioni rocciose spettacolari e facilmente accessibili: dai pilastri di arenaria della Monument Valley (resi famosi da John Wayne in Ombre Rosse, e poi in un altro migliaio di film western), ai labirintici pinnacoli di roccia del Bryce Canyon (un posto del cavolo per perderci una mucca, commentava un pioniere), dagli archi naturali di Arches, alle rocce tozze e tondeggianti, simili a grandi creature, sul fondo della Valle dei Goblin, ai panorami mozzafiato dalle pendici a picco delle falesie di Zion.
In questi scenari da cowboy, i canyon la fanno un po’ da padrone, e il Grand Canyon, naturalmente, e’ quello piu’ famoso. Ma non il piu’ bello, secondo me. Questa gigantesca frattura negli altipiani e’ profonda piu’ di 1000m, scavata nei secoli dal fiume Colorado. Il solito organizzatissimo parco naturale mette a disposizione di chiunque un grande numero di punti panoramici raggiungibili comodamente in macchina, da dove si puo’ guardare giu’ nell’abisso. Il parco segue la sponda sud del grand canyon per una cinquantina di km (per raggiungere la sponda nord bisogna guidare 300km, per reggiungere il primo ponte) e offre diverse prospettive, tutte spettacolari: a volte la frattura procede “a gradini”, a volte e’ una profondissima fessura, a volte si apre ad affluenti laterali. I colori sono incredibili, le rocce virano dal rosso mattone al giallo al grigio della ghiaia, in un arcobaleno geologico che cambia con la luce del giorno.
Da alcuni punti si puo’ scendere giu’ giu’, fino al fiume, anche se questo implica una camminata molto lunga, e i posti per campeggiare o dormire in fondo vanno prenotati con mesi di anticipo. Io scendo un po’, per vedere l’effetto che fa: e’ bello vedere la vegetazione che cambia e la temperatura che aumenta (ci sono 1300m di dislivello tra il bordo e il fiume), ma le viste piu’ belle sono dalla cima. Il sentiero e’ coperto di neve e fa freddo, quindi non mi trattengo molto. D’estate qui dev’essere orribile: migliaia di turisti, code per parcheggiare ai punti panoramici e un caldo infernale, ben oltre i 40 gradi in fondo, che rende le camminate una tortura. 







Monday, April 11, 2011

Radio


Nei lunghi viaggi in macchina degli ultimi giorni, ho esplorato il panorama radiofonico americano. Ci sono moltissime stazioni, qualcuna mette ottima musica, molte altre meno, e fin qui tutto normale. Il primo stupore mi e’ venuto dal sentire stazioni completamente in altre lingue, soprattutto spagnolo per i tantissimi messicani residenti in California (da noi ve le immaginate?), comprese di chiamate dal pubblico. Ne ho trovate alcune anche in russo e cinese.
La parte piu’ interessante e’ pero’ sentire le radio religiose “di destra”. Non esiste un parallelo italiano. Forse un misto tra radio maria e radio radicale, che pero’ interessano solo una fascia ristretta degli ascoltatori e sono accolte con un sorriso divertito dalla maggioranza. La differenza sta nel fatto che queste radio americani danno voce ad opinioni impresentabili in Europa.
Cerco di spiegarmi: queste radio dividono il loro tempo tra lunghissime omelie che partono dalle Scritture ma arrivano velocemente alla politica, e dibattiti come la rubrica “defending the Truth” (difendere la Verita’), in cui le tesi di tutti quelli che non la pensano come loro vengono sofisticamente smontate. Spesso gli oratori mettono una foga immane nei loro messaggi e interrogano il pubblico retoricamente, situandosi molto lontani dalla mia idea del placido e conciliante curato di campagna che cerca di mettere d’accordo tutti. Le tesi vanno dall’apocalittico (siete pronti per quando gesu’ arrivera’ come un ladro?) alla diffamazione del corano (definito un libro pieno di odio) all’affermazione chiara e netta della superiorita’ cristiana su tutte le altre culture e religioni. Rispetto per il diverso? Non pervenuto. Amare il prossimo tuo? Solo se fa quello che faccio io. Spesso gli interventi del pubblico, spesso apertamente razzista oltre che perbenista sono conclusi dal conduttore con un “thank you, you are a great american” (grazie, sei un grande americano). Come se un nero o un buddista non potesse esserlo.
Ora, mi rendo conto che questi sentimenti albergano nella pancia di moltissime persone anche da noi: la paura del diverso, le mille difficolta’ di una societa’ che diventa velocemente multietnica senza esserlo mai stata. Credo pero’ che il ruolo della religione sia di smussare questi sentimenti, predicando l’amore e la fratellanza, aiutando a trovare soluzioni pacifiche a problemi oggettivi (vedi il centro San Giorgio a Bergamo, o il grandissimo lavoro delle tante associazioni di volontariato). Qui invece la religione diventa una bandiera dietro alla quale combattere, come e’ tristemente stato da noi secoli fa: il fedele diventa un soldato il cui imperativo e’ evangelizzare il prossimo, sentendosi portatore di una cultura superiore e dell’unica possibilita’ di salvezza.
Vedendo questi atteggiamenti, diventa difficile per molti riconoscersi in quella comunita’ di credenti, e si capiscono molto bene gli atteggiamenti sospettosi verso la cristianita’ in generale da parte di esponenti di altre religioni o semplicemente da persone di buon senso, se questa e’ l’immagine che arriva all’esterno: ricordate che questi urlano, mentre le persone di buon senso parlano sommessamente. E diventa impossibile mettere in prospettiva i fatti piu’ negativi della nostra religione, dai numerosi casi di pedofilia, all’anacronistica condanna della contraccezione, il supporto in america da alcuni a tesi folli come il creazionismo (opposto all’evoluzione) o anche solo ad alcune guerre.
Con il senso di superiorita’ spirituale del cristianesimo si annoda la certezza della superiorita’ morale dell’America, in una visione imperiale dove la liberta’ dell’individuo e’ l’unico valore  che conta (e l’uguaglianza? e la solidarieta’?) e l’esportazione del modello americano (ovviamente il migliore possibile) una priorita’ assoluta. Una frase mi ha colpito: “mi hanno sempre insegnato che, quando sentivo notizie di tragedie o eventi funesti, la domanda che mi devo fare e’: io come posso fare in modo di migliorare le cose?”. Lodevole intenzione, che per noi si tradurrebbe nel mandare soldi per il terremoto giapponese, o finanziare il lavoro missionari o organizzazioni come emergency. Ho il sospetto che per questa pericolosissima gente l’azione migliore sarebbe andare con l’esercito e spazzare via tutto quello che non va, e magari affidare tutto all’America, che sa gestire le cose meglio di tutti. Il problema e’ che questa gente ci crede davvero e pensa che il miglior regalo che possano fare ad uno straniero e’ quello di farlo diventare americano.

Thursday, April 7, 2011

Aggiornamenti

Un post tecnico e di poco interesse per aggiornare tutti sui miei vagabondaggi. Sono tornato dal mio road trip due giorni fa, 5800km tra le strade del sud-ovest americano. Dopo le mie piene giornate spesso alla sera crollavo a letto, e non sono riuscito a tenere il passo con le mie impressioni di viaggio e a raccontarle per bene. In questo momento ho un file pieno di appunti, cose mezze scritte e altre da rivedere, che pian piano riversero' in questo blog. Fa un po' strano scrivere del passato quando non e' piu' fresco e mi appresto a ricominciare la mia vita "normale", ma lo prendo come un esercizio ed un impegno, quindi continuate a controllare questo sito.

L'altro ieri sono ritornato a Los Angeles, questa citta' enorme (probabilmente la piu' grande che abbia mai visto) dove mi fermero' fino a venerdi', per poi essere di ritorno a Glasgow sabato sera. Abito con Katie a casa di alcuni suoi amici (che non ci sono), a Santa Monica, uno dei quartieri piu' abbienti della citta'. Abbiamo a nostra disposizione una villa gigantesca con tanto di erba artificiale in giardino, oggetti d'arte e domestica messicana (molto simpatica). Ieri sono stato all'universita', ho fatto un talk al gruppo di Katie, e chiacchierato con altre persone che lavorano nel mio campo. E' sempre utile conoscere gente, soprattutto se sono persone simpatiche che potro' incontrare in futuro. Il capo di Katie e' un canadese giovane e gentile, con cui ho chiacchierato molto, e che verra' a Glasgow tra un mese. Continuando sulla serie "il mondo e' piccolo", due altri membri del gruppo hanno lavorato con gente con cui condividevo l'ufficio ad Amsterdam. Una comunita' di scienziati peripatetici girano il mondo tra Amsterdam, Parigi, Londra, Glasgow, Los Angeles per poi ritrovarsi davanti ad una birra per aggiornarsi sugli amici comuni.

In ogni caso, il talk e' andato bene, e ora ho un paio di giorni per girare questa citta'-stato, macinando centinaia di km con la mia macchinina. Presto altre nuove.

Friday, April 1, 2011

I quattro cantoni

La zona a piu’ alta densita’ archeologica degli stati uniti (forse l’unica in nordamerica) e’ chiamata “four corners”, perche’ si sviluppa in quattro stati (Arizona, New Mexico, Utah e Colorado), e in particolare intorno al punto, unico nel suo genere in cui si toccano tutti, come quattro piastrelle quadrate messe vicine.
Nel selvaggio west, i confini tra gli stati americani sono spesso tracciati con il righello, invece di seguire confini naturali come montagne o fiumi. Eppure, in questa zona ancora piu’ vuota del resto del paese, i quattro stati hanno caratteristiche singolari, che variano improvvisamente appena passato un rettilineo confine. L’Arizona e’ desertica e offre spazi infiniti, con cieli che ti circondano e ti fanno sembrare piccolissimo, in Utah le rocce e la terra diventano subito di un rosso abbacinante, da sembrare finte, il Colorado e’ tutto montagne a punta e campi coltivati sulle colline, la vegetazione ritorna temperata e sembra un po’ casa; il New Mexico ha pozzi di petrolio, squallidissime citta’-raffineria e altopiani chiamati mesas dove l’erba cresce giallastra e rada. Tutti e quattro hanno una quantita’ infinita di tumbleweed (i cespugli che rotolano), tanto che le autostrade sono protette da reti di metallo su cui si incagliano ostinate foreste di erbacce; ogni tanto una riesce a scavalcare e attraversa allegramente la strada, sperando di essere centrata da una macchina e cosi’ spargere i propri semi.
In queste lande aride e piuttosto desolate circa 800 anni fa la civilta’ dei pueblos ha raggiunto il suo apice ed ha lasciato le uniche tracce archeologiche di tutto il nord america (gli indiani non hanno mai sviluppato una civilizzazione come la intendiamo noi, e i Maya e gli Inca stanno un bel po’ piu’ a sud). Mi sono fatto parecchie centinaia di km, strade sterrate e notti forzate in campeggio per esplorare le rovine lontano dalle (moderate, in questa stagione) folle di turiste che scorrazzano per i parchi naturali. Inaspettato.
Tutta una rete di villaggi che coltivavano la terra, costruivano case nei canyon per proteggersi, e scarabocchiavano graffiti sulle pareti rocciose, elevandosi cosi’ un mezzo gradino sopra la pura sopravvivenza. Certo, fa tenerezza vedere questi nativi che, quando Dante scriveva la Commedia, sono riusciti finalmente a costruire case in muratura. Ma le posizioni compensano: a volte si trovano in spettacolari crepe nella pareti di un canyon a strapiombo, e chissa’ come ci arrivavano li’ senza ammazzarsi. La religione era comune, e diversa da quella degli indiani: grosse “chiese” sotterranee e circolari, chiamate kivas, venivano costruite con grande cura, e vi si celebravano funzioni religiose.
Molte di queste zone archeologiche sono parchi naturali minori, ed offrono camminate in paesaggi spesso spettacolari, su e giu’ dalle mesas e attraverso le rovine. Densita’ di turisti quasi nulla, i pochi che sono in giro in questa stagione sono al Grand Canyon o ai parchi famosi. Stranamente, cerso il 1400, queste popolazioni hanno abbandonato i loro villaggi per migrare piu’ a sud, e mi sembra che nessuno ne abbia ancora capito bene il perche’.
Rifletto che questa cultura, cosi’ come quella degli indiani, e’ presente sul continente americano da molto piu’ tempo di quella degli immigrati europei e poi asiatici o degli schiavi africani, anche se con popolazioni poco numerose. Gli americani sembrano solo marginalmente interessati a questo (tutto sommato piuttosto modesto) patrimonio culturale, non mi sembra che ci si riconoscano molto. Certo, finanziano gli scavi, ma l’identita’ dell’americano moderno risiede altrove. E’ come se il flusso di gente nuova dall’europa abbia creato un sistema di valori nuovo, di cui andare fieri e a cui integrarsi, grassamente ignorando chi stava qui prima, che si e’ trovato praticamente straniero in casa propria.










Thursday, March 31, 2011

Riserve


Superato il confine e reciso il cordone ombelicale con la California, sono entrato in Arizona, lo stato famoso per i deserti, il grand canyon, i cieli azzurri che coprono tutto l’orizzonte e i film western vecchio stile. Infatti, come in tutti i film western che si rispettino, non possono mancare gli indiani, che in questa zona sono numerosi e hanno le loro piu’ grandi “riserve”.
Dopo essere stati cacciati delle terre in cui hanno vissuto per millenni dai coloni europei, ai “nativi”, come li chiamano qui, sono state assegnate delle zone “in autogestione”, con una certa autonomia amministrativa e legale. Spesso sono terre inospitali e aride: un tempo, piccole quantita’ di uomini (soprav)vivevano qui piu’ o meno in equilibrio con la natura. Il contatto con la “civilizzazione” non e’ stato molto positivo per questi popoli, che rapidamente hanno assorbito alcuni aspetti del modo di vivere del primo mondo, ma senza la mentalita’ che ha spinto gli europei a “scoprire” l’america.
Un po’ come gli africani decolonizzati, gli indiani non se la passano molto bene nelle riserve, nonostante i grandi sgravi fiscali governativi. I villaggi sono pochi, remoti, spesso poco curati, con strade non asfaltate, case semiabbandonate, intere famiglie residenti in roulottes, servizi solo essenziali. Portando avanti il paragone, mi ricordano molto alcuni villaggi africani che ho visto qualche anno fa, e i colori rossastri calzano a pennello.
Respiro una profonda contraddizione tra la sedicente superiorita’ dell’uomo bianco, che ha saputo creare un paese prospero e alla guida del mondo, e l’apparente mancanza di iniziativa di queste tribu’, che forse si sono rassegnate ad essere stranieri nella propria terra (occupata per millenni) ed si ritrovano confinate in una specie di gabbia dove il welfare e il senso di colpa nazionale provvede alle loro necessita’.
Con la macchina faccio un giro infinito nella zona Navajo e quella Hopi, gli Apache stanno 300 km piu’ a sud. Facce schiacciate, inconfondibili, villaggi squallidi e molto lontani, gente che cammina lungo l’autostrada facendo l’autostop. La riserva Navajo e’ la piu’ grossa e ha moltissima autonomia: addirittura non aderisce al fuso del resto dell’Arizona, ma si adegua a quello degli stati vicini, creandomi una certa confusione. Le maggiori entrate vengono da un po’ di turismo e dalla vendita di artigianato locale, forse uno dei pochi legami con un passato ormai remoto. Dormo in un hotel Hopi (l’unico con ancora posto a Tuba City), dove chiacchiero un po’ con i locali, che sono molto gentili e mi spiegano i simboli rupestri sulle rocce e i famosi tappeti con motivi geometrici (che qui sono ovunque). Apparentemente, alcune riserve hanno molti problemi di alcolismo, disoccupazione e violenza minorile, mentre altre sono riuscite a diventare benestanti aprendo casino’ e sfruttando l’esenzione dalle tasse americane.
Con grande stupore, scopro che in queste zone e’ fiorita la civilta’ precolombiana nordamericana piu’ antica: tra il 700 e il 1300 dopo cristo una rete di villaggi legava le zone piu’ fertili di questi altopiani, e si possono ancora visitare i resti di alcune strutture in muratura (capiamoci, questa e’ l’America: qualsiasi cosa piu’ vecchia di 300 anni e’ unica), comprese delle famose case costruite nelle fessure dei canyon. Suona come una bella nuova avventura, a cui mi dedichero’ nei prossimi giorni.









Tuesday, March 29, 2011

Parchi Naturali


Il concetto americano di parco naturale, soprattutto qui nel selvaggio west, e’ molto diverso da come me lo aspettavo. Un parco naturale e’ una grande area protetta, in cui non si puo’ edificare o vivere: vi si accede attraverso una o piu’ strade, dove si arriva ad una barriera, e si paga un pedaggio. I prezzi sono irrisori: da $8 a $25 per macchina per settimana, abbonamenti annuali intorno ai 30-40 e un convenientissimo pass di un anno per tutti i parchi americani a $80.
A poca distanza dalle entrate si trova un visitor centre, dove gentilissimi rangers ragguagliano i turisti sulle condizioni meteo e dei sentieri, e sulle cose da vedere. Sempre ci sono cartine a disposizione, acqua potabile (fondamentale per riempire le borracce nei deserti), quasi sempre grandi e chiari pannelli illustrano la fauna, la flora e la geologia del parco, e a volte ci sono veri e propri musei o piccoli cinema per vedere filmati illustrativi. Gli affabili ranger organizzano attivita’ e lezioni all’aria aperta durante il giorno. Spesso ci sono uno o piu’ campeggi a disposizione, molto spartani: piazzole con qualche bagno a fossa biologica (ma pulitissimi e forniti di carta igienica); non si puo’ prenotare, ma in questa stagione si trova posto facilmente, basta compilare un modulo, mettere $10 in una busta e piantare la tenda.
Il parco si gira in macchina, con limiti di velocita’ bassissimi e ferrei che danno l’impressione di essere su una specie di trenino panoramico. Nei punti di maggiore interesse ci sono parcheggi o piazzuole per accostare, con altri pannelli illustrativi, metodicamente segnalati sulla mappa.
I sentieri sono elencati e caratterizzati con dettaglio maniacale: lunghezza in miglia, dislivello, descrizione, bagni all’attacco. In generale, le camminate sono di una facilita’ sconvolgente, alcune addirittura accessibili alle carrozzelle. I ranger, d’altro canto, sono terroristici: non vogliono avere nessun problema con persone che si mettono nei guai, quindi esagerano grandemente la difficolta’ e le pessime condizioni di un sentiero, anche quando basta un’esperienza minima per cavarsela senza problemi.
Un grande risultato: portare la natura alla portata di tutti, renderla accessibile agli handicappati (parcheggi e bagni separati ovunque), sensibilizzare la gente sui problemi ecologici. L’effetto collaterale e’ pero’ il rischio di trovarsi turisti obesi con coca cola e patatine su un sentiero impegnativo e poi doverli andare a salvare. Da qui il terrorismo, compresi macabri pannelli a descrivere i sintomi della disidratazione, del congelamento, o a spiegare perche’ qualcuno e’ morto proprio su questo sentiero.
Mi vengono in mente i nostri rifugisti, che (a volte con non poca incoscienza) spediscono camminatori non esperti su sentieri esposti, impegnativi o anche solo molto faticosi con una pacca sulla spalla e un forza e coraggio. Forse la differenza sta nella convinzione diffusa da noi che la montagna e’ un ambiente pericoloso, da affrontare con attenzione, equipaggiamento adeguato, spesso al di la’ delle possibilita’ di un neofito. Qui invece, si puo’ tranquillamente scendere dalla macchina, fare cento metri a piedi, avere una vista bellissima, scattare una fotografia, risalire in macchina e ripartire: la montagna non e’ temuta quanto si dovrebbe.
La conferma mi viene dalla difficolta’ con cui vengono dati i sentieri: easy (facile) vuol dire al massimo 500m in piano; moderate (moderata difficolta’) sono un paio di km con qualche minimo su e giu’; strenuous (difficile) e’ qualsiasi cosa con piu’ di 300m di dislivello o 6km di lunghezza. La difficolta’ del sentiero viene quindi giudicata sulla fatica che si fa per percorrerlo, piuttosto che sui requisiti tecnici necessari per affrontarlo. Faccio un esempio: la salita al tipico rifugio orobico (1000m di dislivello, 3ore di cammino) e’ sempre considerata facile, anche quando  si fa una fatica boia, perche’ non richiede nessuna capacita’ particolare, a parte fiato e gambe. Escursionismo medio significa gia’ un sentiero esposto, qualche breve tratto attrezzato con catene o scalette e sicuramente richiede mancanza di vertigini e piede sicuro. Difficile sono poi le vie ferrate, che richiedono attrezzature speciali. Fate voi il confronto.

Sunday, March 27, 2011

Macchine


Nel sud-ovest, una delle zone piu’ scarsamente popolate degli stati uniti, senza una macchina e’ impossibile sopravvivere. Ancora piu’ che in California, le distanze sono sterminate. Molto spesso, e quasi sempre nelle riserve indiane, bisogna fare cinquanta o cento km per arrivare al primo “paese”, un posto con una pompa di benzina, un supermercato e una banca. Le condizioni di vita non sono facili in queste zone aride: se non c’e’ un po’ di petrolio o gas sottoterra le alternative sono poche: niente agricoltura, allevamento molto magro, infrastrutture limitate (onnipresenti gli scuolabus pero’, che si fanno non so quanti km per raccattare i ragazzini sparsi in questo deserto). Un po’ di turismo e molto artigianato indiano rappresentano le maggiori entrate delle zone piu’ malmesse.
Mi sono chiesto: che macchine usano le persone da queste parti, che certo non nuotano nell’oro? Magari una macchina piccola, per risparmiare? Certo, le quattro ruote motrici sono piuttosto utili sulle strade sterrate e polverose, soprattutto quando piove. Esiste un emulo della mitica panda sisley quattroperquattro? Assolutamente no: le macchine sono piu’ grandi che mai. I suv, ma soprattutto gli enormi camioncini aperti spopolano tra i nativi e i cowboys.
Chiaramente risparmiare sulla benzina (che qui costa meno che in California, stiamo sui 60 centesimi al litro) non e’ una priorita’, anche per chi e’ alle strette. Perche’? Perche’ una macchina piccola, risparmiosa e magari 4wd non potrebbe funzionare? Faccio qualche ipotesi, ma rimango confuso:
1) Su queste strade gigantesche, con queste distanze infinite, nessuno vuole incastrarsi in una macchinina minuscola, Qui si guida per ore ed ore come seduti sulla poltrona di casa, con la cocacola e il panino (si possono tenere bottiglie di alcolici solo nel bagagliaio), a 90 all’ora. Il motore enorme non serve quindi per andare piu’ veloci (se ti beccano ti arrestano) o per superare pendenze impossibili, ma piuttosto per assicurare e un confort in abitacolo da grand hotel.
2) Se uno deve guidare per tre giorni, non vuole dover pensare a quale bagaglio portare, a quale valigia entri nel bagagliaio, specialmente se c’e’ una famiglia di mezzo. I transatlantici locali garantiscono una capacita’ di trasporto enorme, che viene molto comoda se hai cose come tavole da surf o un cervo a cui hai sparato dalla strada per farti la bistecca a casa.
3) L’effetto status symbol. Cosa pensereste, in Italia, di una persona che mangia pane e scatolette due volte al giorno tutti i giorni? Che c’e’ qualcosa che non va. Che non vuole cucinare e non apprezza il buon cibo. Che un po’ si comporta come un barbone, lasciandosi andare. Ora, non so se il paragone regga, ma rimango dell’idea che la macchina grande rimanga un simbolo dell’America a cui nessuno vuole rinunciare, il simbolo materiale di un’opulenza raggiunta. La Fiat Panda sarebbe un po’ l’equivalente di una degradazione sociale, che nessuno, specialmente tra le classi piu’ povere, vuole accettare.